IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)

Mario Tobino - Biondo era e bello
Gian Maria Annunziata

"Biondo era e bello" è un romanzo biografico, scritto da Mario Tobino nel 1974, che racconta, in terza persona e senza discorsi diretti, la vita di Dante Alighieri, poeta e letterato, combattente e uomo politico.
Dante nasce a Firenze nel 1265, da una famiglia della piccola nobiltà cittadina, ormai decaduta. Suo padre Alighiero è prestatore di denaro o comunque uomo d'affari; di sua madre è noto soltanto il nome, Bella. 
Le figure più importanti della sua adolescenza sono gli amici Guido Cavalcanti, discendente da nobile famiglia e letterato del Dolce Stil Novo, e Forese Donati, nobile anch'egli, compagno di bisbocce e avversario di Dante in feroci duelli poetici, a colpi di sonetto. 
Il giovane Dante fa vita da gentiluomo, è assiduo frequentatore di taverne e protagonista di bagordi notturni. Ben presto scopre in sè la vena poetica e la passione politica, che gli procureranno la fama imperitura e l'onta dell'esilio dall'amata Firenze. 
Nel 1289 Dante partecipa, come cavaliere, alla battaglia di Campaldino; nel 1295 si iscrive all'arte degli speziali ed entra in politica, ricoprendo subito una carica nel governo cittadino: è tra quelli che decretano l'esilio del caro amico Guido Cavalcanti, che morirà di lì a poco. 
Intanto, come letterato, Dante prende contezza della potenza espressiva del volgare, la lingua parlata dal popolo, e la fa sua, conferendo dignità letteraria al parlare dei fiorentini. 
In questa lingua, viva e fresca, scrive la "Vita Nuova", in cui racconta in versi del suo innamoramento per una fanciulla, quella Beatrice Portinari che, sposa di un altro e scomparsa in giovane età, egli non potrà realmente conoscere ma che amerà idealmente e celebrerà per tutta la vita. 
Dante ama Beatrice, però deve sposare Gemma Donati, promessagli in tenera età per un accordo tra le famiglie, dalla quale avrà tre figli e una figlia. 
Ora Dante è famoso, almeno in città e tra i nobili: non è né biondo né bello, ma gli uomini affollano i suoi comizi, conquistati dall'eloquenza del politico e le donne recitano a memoria i suoi versi d'amore, affascinate dal poeta. 
Poi avviene la frattura: la fazione di Dante è sconfitta e il suo acerrimo nemico, Corso Donati, prende il potere; nel 1302 il poeta viene esiliato da Firenze e poi condannato a morte in contumacia. 
Dopo vani tentativi di rientrare in città, Dante si rassegna a peregrinare, per un ventennio, tra amici letterati e nobili e corti principesche. 
Si reca prima a Verona, ospite di Can Grande della Scala: qui nascono gli episodi dell'Inferno; poi è a Bologna, dall'amico Cino pistoiese, anch'egli esiliato; e, ancora più vicino a Firenze, è dai conti Guidi, nel verde e silenzioso Casentino. 
In quel periodo, i governanti fiorentini gli concedono il rimpatrio, ma Dante rifiuta con sdegno le umilianti condizioni dell'amnistia e rinuncia a tornare nell'amata città. 
Venuto a conoscenza della sua condizione, Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, ammiratore del poeta, gli offre ospitalità a corte. Dante ha ritrovato la serenità, ma non ne gode a lungo: è il 1321, il poeta ha 56 anni e di ritorno da un'ambasceria a Venezia contrae la malaria, che lo conduce alla tomba ravennate.


Nelle giornate che tutto dentro gli si infuria, nascono episodi dell'Inferno, si scatena il canto.



Estratto:

Dante ha trentanove anni. Dietro di sé una grande esperienza. In Comune è stato alle prese con uomini di ogni specie; si dimostrò sottile nelle ambascerie. Coi comizi ha valutato la potenza del suo parlare, tutti infiammava, lui stesso diventava più sicuro. Come poeta è quasi celebre. Già accade che tra l'uno e l'altro atto legale, i notari trascrivano i suoi versi; con accuratezza sulla cartapecora disegnano le parole delle sue canzoni.
...lui ha parlato più alto e schietto, con più ardore, le fanciulle sanno a memoria i suoi versi d'amore, se ne cibano, versi nella lingua di tutti, che suona per le strade.
Finora Dante ha accumulato fatti; con che avidità ascoltò le storie passate della sua città, gli episodi. Mentre i vecchi parlavano vedeva i volti, le espressioni, i gesti, scaturivano le frasi. E poi lui stesso fu attore a Firenze, un capo, divorato dalla politica, dedito, partecipe alle ire, alle vendette, alla libidine delle fazioni...E intanto non trascurava le belle donne, se ne innamorava, peccava di lussuria; batteva spesse volte di notte le taverne.
Ma quando, quando si era davvero potuto dedicare alla serena meditazione? Un'opera, la grande opera, nasce se si è tutto per lei. Tanti sono i fatti che ingombrano la fantasia; si tratta di disporli, filtrarli, innalzarli in architettura, tramutare in canto, dalla materia luce.
Adesso, se vorrà attuare, è necessaria la serenità, che qualcuno lo agevoli nei bisogni, offra l'indispensabile. E che ci siano i libri...E Verona è il nido, la dolce speranza...La corte degli Scaligeri è magnifica per liberalità; quanto differente dall'odio fiorentino che sbatte da finestra a finestra per ogni via.
Qui una sola famiglia a comandare, i nobili uniti. Letizia per le strade, il popolo allegro per il buon governo e per le feste; orgoglioso anche dell'onore militare degli Scaligeri.
Nella Corte ci sono biblioteche. E si possono fare i più svariati incontri: insieme vi sono inglesi e francesi, fiamminghi e tedeschi. Vi sono accolti...uomini dotti di tutto il mondo, gli spiriti irrequieti e bizzarri.
E a Verona - gloria agli Scaligeri - Dante fu accolto, alla bella Corte. E delicatezza di quei signori! Non aspettano che chieda, indovinano ciò che abbisogna. Tutto è agevole: lo studio, le dotte discussioni, il meditare, gli svaghi, i tornei.
C'è anche un fiume a Verona, che un poco assomiglia all'Arno. E pur tuttavia dei giorni, all'improvviso, la nostalgia di Firenze, degli amici e nemici, è così forte che di per se stessi si alzano i versi, la mano deve solo registrarli sulla carta.
Nelle giornate che tutto dentro gli si infuria, nascono episodi dell'Inferno, si scatena il canto.

Mario Tobino, Biondo era e bello

Il titolo del romanzo è stato tratto da un verso della Divina Commedia, precisamente del Purgatorio, canto III. Il verso scelto da Tobino si riferisce a Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia.
20 Marzo, Martedì

Quest'abito mi sta stretto, sempre più stretto. E questa guerra pure, questa guerra che mi costringe a camuffarmi così. Di mio sarei schietta e sfrontata, e mi ritrovo a fare la suora! Perché la guerra è temere che che ogni minuto sia l'ultimo minuto. Una bomba, un caccia che mitraglia, la soffiata di qualcuno che credevi amico, ed è fatta.
Oggi è il secondo giorno della nostra fuga. Non so se ce ne sarà un terzo. Ma so se qualsiasi prova il destino ci riservi io voglio essere all'altezza.
20 Marzo, Martedì

Quest'abito mi sta stretto, sempre più stretto. E questa guerra pure, questa guerra che mi costringe a camuffarmi così. Di mio sarei schietta e sfrontata, e mi ritrovo a fare la suora! Perché la guerra è temere che che ogni minuto sia l'ultimo minuto. Una bomba, un caccia che mitraglia, la soffiata di qualcuno che credevi amico, ed è fatta.
Oggi è il secondo giorno della nostra fuga. Non so se ce ne sarà un terzo. Ma so se qualsiasi prova il destino ci riservi io voglio essere all'altezza.
Biondo_era_e_bello/Mario_Tobino

Copyright © 2017. Il Piacere di Leggere.

Design: RC Service - Web Content Manager/Editor: Rosetta Circiello