IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)

Cesare Pavese (Foto)[…] Quando Pavese comincia un racconto, una favola, un libro, non gli accade mai di avere in mente un ambiente socialmente determinato, un personaggio o dei personaggi, una tesi. Quello che ha in mente è quasi sempre soltanto un ritmo indistinto, un gioco di eventi che, piú che altro, sono sensazioni e atmosfere. Il suo compito sta nell'afferrare e costruire questi eventi secondo un ritmo intellettuale che li trasformi in simboli di una data realtà. Ciò gli riesce, beninteso, secondo il grado di concretezza, sensoriale, dialogica, umana, che porta nella sua elaborazione. Nasce di qua il fatto che Pavese non si cura di «creare dei personaggi». I personaggi sono per lui un mezzo, non un fine. I personaggi gli servono semplicemente a costruire delle favole intellettuali il cui tema è il ritmo di ciò che accade: lo stupore come di mosca chiusa sotto un bicchiere, in Carcere, la trasfigurazione angosciosa della campagna e della vita quotidiana nella Casa in collina, la ricerca paradossale di che cosa siano campagna, civiltà cittadina, vita elegante e vizio nel Diavolo sulle colline, la memoria dell'infanzia e del mondo in La luna e i falò. I personaggi in questi racconti sono del tutto sommari, sono nomi e tipi, non altro: stanno sullo stesso piano di un albero, di una casa, di un temporale o di un'incursione aerea. Ecco perché Pavese, con ragione, ritiene i Dialoghi con Leucò il suo libro piú significativo, e subito dopo vengono le poesie di Lavorare stanca. In ciascuno dei dialoghi con Leucò si rievoca con rapide battute dialogiche fra i due protagonisti un mito classico, veduto e interpretato nella sua problematica e angosciosa ambiguità, penetrato nel suo nòcciolo umano, spogliandolo di ogni bellurie neoclassica e trattandone i protagonisti come bei nomi carichi bensí di destino ma non di un carattere psicologico a tutto tondo. Cosí sono, piú o meno, tutti i personaggi di Pavese, e cosí egli spera di continuare a farli, fin che gli bastino le forze.

Cesare Pavese, Intervista trasmessa nella rubrica "Scrittori al microfono", datata (12 giugno 1950)
© Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi


Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 nel cascinale di San Sebastiano, dove la famiglia trascorreva il periodo estivo, a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese nelle Langhe, in provincia di Cuneo. Muore suicida a Torino nel 1950.

Laureatosi in Lettere nel 1932, si dedica per qualche tempo all’insegnamento in scuole private e serali. In stretto contatto con gli ambienti intellettuali di Torino, amico di Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio e Giulio Einaudi, è per un breve periodo direttore della rivista La Cultura, subentrando nel 1934 a Leone Ginzburg, arrestato dalla polizia fascista. Ma nel 1935 la rivista viene chiusa d’autorità, e Pavese viene condannato al confino a Brancaleone Calabro, dove rimane fino alla fine del 1936. Tornato a Torino, si dedica soprattutto all’attività di traduttore di letteratura americana e di narratore, lavorando nel contempo come redattore della casa editrice Einaudi. Dopo l’esordio con il volume di poesie Lavorare stanca (1936), pubblica i romanzi Paesi tuoi (1941), Il carcere (1941), La spiaggia (1942), Il compagno (1947), La casa in collina (1948), La luna e i falò (1950), oltre ai racconti lunghi riuniti nel volume La bella estate (1949): Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, accanto a quello che fornisce il titolo. Di taglio più saggistico che narrativo sono Feria d’agosto (1946) e Dialoghi con Leucò (1947). Tra i volumi usciti postumi, da ricordare le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), gli scritti critici di Letteratura americana ed altri saggi (1951), i racconti di Notte di festa (1953), il romanzo giovanile Ciau Masino (1968), e soprattutto il diario Il mestiere di vivere (1935-1950 - prima edizione 1952): "... si presenta come confessione esistenziale, ora sottilmente compiaciuta, ora crudamente impietosa, sino al punto in cui lo scrittore sembra tentare una sorta di psicoanalisi letteraria di se stesso" (Marziano Guglielminetti). 

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