IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)

Dialoghi con LeucòLa stesura dei ventisei Dialoghi avviene fra il dicembre del 1945 e il marzo del 1947. Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, con la quale Pavese ha avuto una passionale relazione. Leucò, infatti, è la traduzione greca di bianca. Ma è anche il diminutivo della dea Leucotea, la dea bianca. Dialoghi brevi ma carichi di tensione, suadenti eppur sconfinanti nel tragico in cui gli dèi e gli eroi della Grecia classica (da Edipo e Tiresia a Calipso e Odisseo, da Eros e Tànatos a Achille e Patroclo) sono invitati a discutere il rapporto tra uomo e natura, il carattere ineluttabile del destino, la necessità del dolore e l'irrevocabile condanna della morte.

Alcuni dialoghi consentono di presentare dei temi molto cari a Pavese. Si tratta di cinque dialoghi: 
Schiuma d’onda, L’inconsolabile, L’isola, Le streghe e Le Muse. Dominano i temi dell’amore, della poesia e dell’ineludibilità del destino umano.

L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti.


Estratto - Le streghe

(parlano Circe e Leucotea)


Circe. Credimi, Leucò, lì per lì non capii. Succede a volte di sbagliare la formula, succede un’amnesia. Eppure l’avevo toccato. La verità è che l’aspettavo da tanto tempo che non ci pensavo più. Appena capii tutto -lui aveva fatto un balzo e messo mano alla spada- mi venne da sorridere -tanta fu la contentezza e insieme la delusione. Pensai perfino di poterne fare a meno, di sfuggire alla sorte. “Dopotutto è Odisseo” pensai, “uno che vuol tornare a casa.” Pensavo già d’imbarcarlo. Cara Leucò. Lui dimenava quella spada -ridicolo e bravo come solo un uomo sa essere- e io dovevo sorridere e squadrarlo come faccio con loro, e stupirmi e scostarmi. Mi sentivo come una ragazza , come quando eravamo ragazze e ci dicevamo che cosa avremmo fatto da grandi e noi giù a ridere. Tutto si svolse come un ballo. Lui mi prese per i polsi, alzò la voce, io divenni di tutti i colori -però ero pallida, Leucò- gli abbracciai le ginocchia e cominciai la mia battuta: “Chi sei tu? da quale terra generato...” Poveretto, pensavo, lui non sa quel che gli tocca. Era grande, ricciuto, un bell’uomo, Leucò. Che stupendo maiale, che lupo, avrebbe fatto.

Leucotea. Ma queste cose gliele hai dette, nell’anno che ha passato con te?

Circe. O ragazza, non parlare delle cose del destino con un uomo. Loro credono di aver detto tutto quando l’hanno chiamato la catena di ferro, il decreto fatale. Noi ci chiamano le signore fatali, lo sai.

Leucotea. Non sanno sorridere.

Circe. Sì. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute. Anche lui, l’Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope.

Leucotea. Che noia.

Circe. Sì ma vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito -potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sì un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s’illudono che cambi qualcosa.

Leucotea. Perché allora non volle diventare un maiale?

Circe. Ah Leucò, non volle nemmeno diventare un dio, e sai quanto Calipso lo pregasse, quella sciocca. Odisseo era così, né maiale né dio, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino.

Leucotea. Dimmi, cara, ti è molto piaciuto con lui?

Circe. Penso una cosa, Leucò. Nessuna di noi dee ha mai voluto farsi mortale, nessuna l’ha mai desiderato. Eppure qui sarebbe il nuovo, che spezzerebbe la catena.

Leucotea. Tu vorresti?

Circe. Che dici, Leucò... Odisseo non capiva perché sorridevo. Non capiva sovente nemmeno che sorridevo. Una volta credetti di avergli spiegato perché la bestia è più vicina a noialtri immortali che non l’uomo intelligente e coraggioso. La bestia che mangia, che monta, e non ha memoria. Lui mi rispose che in patria lo attendeva un cane, un povero cane che forse era morto, e mi disse il suo nome. Capisci, Leucò, quel cane aveva un nome.

Leucotea. Anche a noialtre dànno un nome, gli uomini.

Circe. Molti nomi mi diede Odisseo stando sul mio letto. Ogni volta era un nome. Dapprincipio fu come il grido della bestia, di un maiale o del lupo, ma lui stesso a poco a poco si accorse ch’eran sillabe di una sola parola. Mi ha chiamata coi nomi di tutte le dee, delle nostre sorelle, coi nomi della madre, delle cose della vita. Era come una lotta con me, con la sorte. Voleva chiamarmi, tenermi, farmi mortale. Voleva spezzare qualcosa. Intelligenza e coraggio ci mise -ne aveva- ma non seppe sorridere mai. Non seppe mai cos’è il sorriso degli dèi -di noi che sappiamo il destino.

Leucotea. Nessun uomo capisce noialtre, e la bestia. Li ho veduti i tuoi uomini. Fatti lupi o maiali, ruggiscono ancora come uomini interi. È uno strazio. Nella loro intelligenza sono ben rozzi. Tu hai molto giocato con loro?

Circe. Me li godo, Leucò. Me li godo come posso. Non mi fu dato avere un dio nel mio letto, e di uomini soltanto Odisseo. Tutti gli altri che tocco diventano bestia e s’infuriano, e mi cercano così, come bestie. Io li prendo, Leucò: la loro furia non è meglio né peggio dell’amore di un dio. Ma con loro non devo nemmeno sorridere; li sento coprirmi e poi scappare a rintanarsi. Non mi succede di abbassare gli occhi.

Leucotea. E Odisseo...

Circe. Non mi chiedo chi siano... Vuoi sapere chi fosse Odisseo?

Leucotea. Dimmi, Circe.

Circe. Una sera mi descrisse il suo arrivo in Eea, la paura dei compagni, le sentinelle poste alle navi. Mi disse che tutta la notte ascoltarono i ringhi e i ruggiti, distesi nei mantelli sulla spiaggia del mare. E poi che, apparso il giorno, videro di là della selva levarsi una spira e che gridarono di gioia, riconoscendo la patria e le case. Queste cose mi disse sorridendo -come sorridono gli uomini- seduto al mio fianco davanti al camino. Disse che voleva scordarsi chi ero e dov’era, e quella sera mi chiamò Penelope.

Leucotea. O Circe, così sciocco è stato?

Circe. Leucina, anch’io fui sciocca e gli dissi di piangere.

Leucotea. Figùrati.

Circe. No, che non pianse. Sapeva che Circe ama le bestie, che non piangono. Pianse più tardi, pianse il giorno che gli dissi il lungo viaggio che restava e la discesa nell’Averno e il buio pesto dell’Oceano. Questo pianto che pulisce lo sguardo e dà forza, lo capisco anch’io Circe. Ma quella sera mi parlò -ridendo ambiguo- della sua infanzia e del destino, e mi chiese di me. Ridendo parlava, capisci.

Leucotea. Non capisco.

Circe. Ridendo. Con la bocca e la voce. Ma gli occhi pieni di ricordi. E poi mi disse di cantare. E cantando mi misi al telaio e la mia voce rauca la feci voce della casa e dell’infanzia, la raddolcii, gli fui Penelope. Si prese il capo tra le mani.

Leucotea. Chi rideva alla fine?

Circe. Nessuno, Leucò. Anch’io quella sera fui mortale. Ebbi un nome: Penelope. Quella fu l’unica volta che senza sorridere fissai in faccia la mia sorte e abbassai gli occhi.

Leucotea. E quest’uomo amava un cane?

Circe. Un cane, una donna, suo figlio, e una nave per correre il mare. E il ritorno innumerevole dei giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos’era, e arricchiva la terra di parole e di fatti.

Leucotea. O Circe, non ho i tuoi occhi ma qui voglio sorridere anch’io. Fosti ingenua. Gli avessi detto che il lupo e il maiale ti coprivano come una bestia, sarebbe caduto, si sarebbe imbestiato anche lui.

Circe. Gliel’ho detto. Storse appena la bocca. Dopo un poco mi disse: “Purché non siano i miei compagni”.

Leucotea. Dunque geloso.

Circe. Non geloso. Teneva a loro. Capiva ogni cosa. Tranne il sorriso di noi dèi. Quel giorno che pianse sul mio letto non pianse per la paura, ma perché l’ultimo viaggio gli era imposto dal fato, era una cosa già saputa. “E allora perché farlo?” mi chiese cingendosi la spada e camminando verso il mare. Io gli portai l’agnella nera e, mentre i compagni piangevano, lui avvistò un volo di rondini sul tetto e mi disse: “Se ne vanno anche loro. Ma loro non sanno quel che fanno. Tu, signora, lo sai”.

Leucotea. Nient’altro ti ha detto?

Circe. Nient’altro.

Leucotea. Circe, perché non l’hai ucciso?

Circe. Ah sono davvero una stupida. Qualche volta dimentico che noialtre sappiamo. E allora mi diverto come fossi ragazza. Come se tutte queste cose avvenissero ai grandi, agli Olimpici, e avvenissero così, inesorabili ma fatte di assurdo, d’improvviso. Quello che mai prevedo è appunto di aver preveduto, di sapere ogni volta quel che farò e quel che dirò -e quello che faccio e che dico diventa così sempre nuovo, sorprendente, come un gioco, come quel gioco degli scacchi che Odisseo m’insegnò, tutto regole e norme m a così bello e imprevisto, coi suoi pezzi d’avorio. Lui mi diceva sempre che quel gioco è la vita. Mi diceva che è un modo di vincere il tempo.

Leucotea. Troppe cose ricordi di lui. Non l’hai fatto maiale né lupo, e l’hai fatto ricordo.

Circe. L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti.

Leucotea. Circe, anche tu dici parole.

Circe. So il mio destino, Leucò. Non temere.


Cesare Pavese, da "Dialoghi con Leucò", Giulio Einaudi, pags. 143-149
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