IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)


John Fante - Chiedi alla polvere"Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l'aria di uno che ha trovato l'oro nell'immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un 'altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l'insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso. (…)Fante era il mio dio. "
Charles Bukowski 


"Chiedi alla polvere" è il terzo libro della tetralogia di Arturo Bandini, il protagonista dei romanzi autobiografici di Fante,  (La strada per Los Angeles (1936), Aspetta primavera, Bandini (1937), Chiedi alla polvere (Ask the Dust) (1939), Sogni di Bunker Hill (1982)).
Bandini è un giovane scrittore della provincia americana, vola a Los Angeles per inseguire il suo sogno: affermarsi attraverso la scrittura; dopo un po' i suoi sforzi iniziano a dare i primi frutti, una rivista importante pubblica un suo breve racconto. Felice, sente di essere un grande scrittore e poco importa se le persone che gli girano intorno non lo capiscano, evidentemente nessuno è alla sua altezza. Scrive lunghe lettere all’unico editore che crede in lui in attesa dell’ Idea che gli faccia realizzare il Romanzo che gli permetterà di vincere il premio Nobel per la letteratura.
Si innamora di una cameriera messicana, Camilla Lopez, la sbeffeggia e la denigra, ma alla fine è l'unico che se ne prenderà cura quando lei si annienterà per un altro.
 Fante ha la grande capacità di parlare di cose profonde in modo apparentemente leggero: l'amore non corrisposto, il senso di sradicamento, la paura del futuro, il razzismo e le ingiustizie sociali, il senso di colpa legato al peccato, le difficoltà dei rapporti tra uomini e donne, le inquietudini della gioventù. Un romanzo magnetico. Le ultime 100 pagine sono  particolarmente belle. Da leggere





 




Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride.

Estratto

Il mondo non era che un mito, un aereo trasparente, su cui tutto era in transito; anche noi, Bandini, Hackmuth, Camilla e Vera, eravamo qui solo di passaggio per finire poi chissà dove. Non eravamo vivi, noi, ci limitavamo a sfiorare la vita senza mai afferrarla. E poi saremmo morti, tutti sarebbero morti e anche tu, Arturo, avresti fatto la fine degli altri.

[…]

Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l'amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell'abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù.

[…]

L'idea nacque dalla mia disperazione e mi arrivò come in sogno, la prima buona idea di tutta la mia vita, forte, pulita e intera. Pagina per pagina, riga per riga, io vidi tutto scritto, il mio racconto su Vera Rivken. Cominciai e mi accorsi che scorreva facilmente. Ma non nasceva dalla mente, non si sviluppava dalla riflessione. Si muoveva da solo, sgorgando come il sangue. Finalmente ce l'avevo fatta. Ecco che parto, senza intralci, o Dio, come mi piace. O Dio, come ti amo. E te, Camilla, e tutti gli altri. Ecco che parto, ed è una sensazione bella e dolce e calda, morbida, deliziosa, delirante.
Lungo il fiume e sopra il mare, questo sono io e questa sei tu, parole grevi, parole lievi, parole esili, whee tuhee whee. E la cosa continua, anelante, fremente, senza fine, e cresce, cresce. Lavorai per ore, finché poco per volta me la ritrovai nella carne e nelle ossa, finché mi invase tutto, indebolendomi, accecandomi.

[…]

Sei settimane, tre, quattro, a volte cinque ore dolcissime ogni giorno, ore di delizia; le pagine si accumulavano una sull'altra e ogni altro desiderio era spento. Mi sentivo come un fantasma che fluttuava sulla terra, ero in pace col mondo e straordinarie ondate di tenerezza mi sommergevano quando mi mescolavo alla folla per le strade e parlavo con la gente. Dio Onnipotente, mio Signore, che sei stato tanto generoso da farmi dono di un eloquio piacevole, lo donerò a mia volta a queste povere creature tristi e sole ed esse ne saranno consolate. Così passavano i giorni. Giorni di sogno, giorni luminosi, in cui la quieta gioia che mi invadeva si trasformava a volte in lacrime e io provavo uno strano desiderio di morte. Così viveva Bandini, intento a scrivere il suo romanzo.

[…]

I giorni buoni, i giorni fruttuosi, le pagine che si accumulano una sull'altra; giorni prosperi, pieni di cose da dire, la storia di Vera Rivken si snoda attraverso i fogli. Sono felice. E' un periodo straordinario, ho pagato l'affitto e mi sono rimasti cinquanta dollari; non faccio altro che scrivere e pensare a cosa devo scrivere, giorno e notte. Ah, che dolcezza, vederlo crescere e occuparmi di lui, il mio libro, me stesso. Forse è importante, forse durerà nei secoli, ma soprattutto è mio, dell'indomito Arturo Bandini, alle prese con il suo primo romanzo.

[…]

Arrivò il giorno in cui terminai la storia di Vera Rivken, cui seguirono quelli più lievi della riscrittura. Manca poco, Hackmuth, ancora qualche giorno e vedrai qualcosa di grande. Poi finii anche la revisione e spedii il tutto. A questo punto, cominciò l'attesa. Ripresi a pregare. Andai a messa e feci la comunione. Mi impegnai nuovamente in una novena. Accesi un'infinità di candele alla Beata Vergine, augurandomi che accadesse il miracolo. E il miracolo accadde. Le cose andarono così. Ero in piedi davanti alla finestra della mia stanza e osservavo una cimice che camminava lungo il davanzale. Erano le tre e un quarto di un giovedì pomeriggio. Udii bussare alla porta, la aprii e mi trovai di fronte il postino che mi porse un telegramma. Firmai la ricevuta, mi sedetti sul letto e mi chiesi se il vino aveva avuto la meglio sul cuore del mio vecchio. Ma il telegramma diceva: romanzo accettato. Invio contratto oggi stesso. Firmato: Hackmuth. Tutto qui.


John Fante, Chiedi alla polvere - Traduzione di Maria Giulia Castagnone
Chiedi_alla_polvere/John_Fante

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