IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)


Marcel Proust - Del piacere di leggere "Del piacere di leggere" (Sur la lecture) è considerato un piccolo capolavoro della letteratura. Marcel Proust  lo pubblica in "La Renaissance latine" il 15 luglio 1905, poi nel 1906  lo utilizza come prefazione alla sua traduzione di "Sesamo e i gigli" di John Ruskin. Proust risponde, idealmente, ai "Tresors des Rois" di Ruskin, una conferenza sulla lettura tenuta a Rusholme nel dicembre 1864 per contribuire alla fondazione di una biblioteca presso l'istituto di Rusholme.
Ruskin vi sosteneva la tesi di Carlyle secondo cui "La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori" (p. 28). Secondo Proust invece la lettura non può essere paragonata ad una conversazione perché "consiste, per ognuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica"(p. 30). Ciò che le letture conservano nei nostri ricordi di lettori è soprattutto "l'immagine dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte" e, in questo modo, ci aiutano a "a ricreare l'atto originario chiamato Lettura" (p. 27).
Proust prima di essere scrittore è stato un "meraviglioso lettore" e ha intuito la sapiente bellezza della lettura. Da questo piccolo gioiello si evince tutto il fascino e il potere della lettura. Essa apre uno spazio, crea una frattura rispetto alle "torme delle cure" e permette di entrare in "castello interiore". E' un'esperienza comune quella che precede la lettura di un libro: si sceglie un posto tranquillo, una posizione comoda, un'adeguata illuminazione. Questi i presupposti per l' avvio di una lettura intensa. In altre parole la lettura crea le condizioni della sua pratica e, a sua volta, le alimenta. Un libro consigliato vivamente.



La lettura, al contrario della conversazione, consiste per ciascuno di noi nel ricever
comunicazione dal pensiero di un altro, ma restando pur sempre solo, ossia continuando a godere della
potenza intellettuale che si possiede nella solitudine e che la conversazione dissipa immediatamente;
continuando a poter essere ispirato, a rimanere in pieno lavoro fecondo dello spirito lui stesso. 

Marcel Proust, Giornate di lettura. Vigilie ed esperienze di un poeta, Milano, Il Saggiatore


Estratto

Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto. Tutto ciò che li riempiva agli occhi degli altri e che noi evitavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco che un amico veniva a proporci proprio nel punto più interessante, l'ape fastidiosa o il raggio di sole che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, la merenda che ci avevano fatto portar dietro e che lasciavamo sul banco lì accanto senza toccarla, mentre il sole sopra di noi diminuiva di intensità nel cielo blu, la cena per la quale si era dovuti rientrare e durante la quale non abbiamo pensato ad altro che a quando saremmo tornati di sopra a finire il capitolo interrotto […].
Poi l’ultima pagina era letta, il libro era finito. Si trattava allora di arrestare la corsa sfrenata degli occhi e della voce che seguiva senza suono, fermandosi solo per riprendere fiato con un respiro profondo. Infine per sostituire un altro movimento a quello tumultuoso che si era scatenato dentro di me da troppo tempo per potersi calmare d’un tratto, mi alzavo e mi mettevo a camminare intorno al letto, gli occhi ancora fissi su un punto che inutilmente si sarebbe cercato nella stanza o fuori perché situato a una distanza d’anima, una di quelle distanze che non si misurano in metri o leghe come le altre e che del resto è impossibile confondere con queste quando si guardano gli occhi «lontani» di chi pensa «ad altro». [...]
La lettura è la soglia della vita spirituale, può introdurci in essa ma non costituirla. Tuttavia ci sono casi, casi patologici per così dire di depressione spirituale, in cui la lettura può diventare una specie di disciplina terapeutica ed essere demandata e ripetutamente sollecitata a reintrodurre perpetuamente una coscienza pigra nella sua vita spirituale. In questi casi i libri assumono un ruolo analogo a quello degli psicoterapeuti con certi nevrotici. [...]
Quando la lettura è per noi l'iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto fra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo far altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.
Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno, nelle pagine di un in-folio conservato gelosamente in un convento d’Olanda e che se per arrivarci bisogna durar fatica, quella fatica sarà tutta materiale mentre per il pensiero non si tratterà che di un piacevole svago. [...] Sembra che il gusto dei libri cresca con l’intelligenza, un poco sotto di essa ma sulla stessa pianta, come ogni passione si accompagna ad una predilezione per ciò che circonda il suo oggetto, entra in rapporto con esso e in sua assenza continua a parlarne.

La forza della nostra sensibilità e intelligenza possiamo coltivarla solo dentro di noi, nella profondità della nostra vita spirituale. Ma proprio quel contratto con le altre coscienze, che è appunto la lettura, permette l’educazione dei «modi» dello spirito”.


Marcel Proust, Del piacere di leggere, Passigli, 1997 - Traduzione di Maria Cristina Marinelli

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