IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)

Alessandro BariccoPer cinquanta settimane, Alessandro Baricco ha parlato di libri ai lettori di Repubblica: romanzi e saggi scelti tra quelli che più lo hanno appassionato negli ultimi dieci anni. Quello dello scrittore è stato una sorta di viaggio letterario, nel quale ogni domenica ha fatto incontrare un libro, tra cui "La paga del sabato" di Beppe Fenoglio. 

Una certa idea di mondo: 
La paga del sabato di Beppe Fenoglio

di Alessandro Baricco

“C’è un certo sguardo d’acciaio e dolcissimo sul dolore.
Questo, in ogni riga, è Fenoglio ”


Ogni tanto, quando giro per il mondo, accade che mi chiedano chi sono per me i grandi della letteratura italiana. Si aspettano di sentirsi dire Calvino, perché la cosa li rassicura. Io, per perfidia, Calvino non lo cito mai, e al posto dico: be’, naturalmente Fenoglio. Mai una volta che ne abbiano sentito parlare. Proprio non sanno chi sia. Si fanno ripetere il nome mille volte. La prendono per una mia stranezza.

Lui, invece, grande lo era davvero, e il fatto che perfino in Italia la cosa sia nota solo fino a un certo punto è probabilmente la conseguenza del tipo che era, della sua strana vicenda editoriale, e della sua inesorabile piemontesità. Visse arroccato in un angolo del Piemonte, mai combattivo riguardo ai proprio destini, sproporzionatamente dignitoso nel suo fare. Raccontava cose scomode, non prendeva volentieri il treno per Roma, e morì troppo presto. Gente con la metà del suo talento, adesso è sui libri di scuola. Sono cose che succedono.

I più sanno del Partigiano Johnny, ma probabilmente il meglio che lui ha scritto è in alcuni suoi racconti, e forse nel romanzo breve Una questione privata. Poi c’è una piccola setta che segretamente sa come stanno realmente le cose: il vero gioiello è La paga del sabato. Libro poco conosciuto, addirittura assente nella raccolta fatta dalla Pléiade. Vittorini, boss dell’Einaudi, pensò bene di bocciarlo consigliando Fenoglio di ricavarne un paio di racconti. Inspiegabilmente Fenoglio ringraziò del consiglio e ubbidì. Così La paga del sabato è finito in una specie di binario morto, dove mi ci è voluto un bel po’ per scoprirlo. Ricordo di averlo iniziato senza particolari attese, giusto contento che ci fosse qualche rimasuglio fenogliano da scoprire ancora: e invece era il libro perfetto.
Troppo cinematografico, aveva sentenziato Vittorini (era il 1950). Vedi come è strana l’intelligenza. Ci aveva visto giusto, ma non gli era passato per la mente che proprio il meticciato con il cinema era quello che stava disarcionando la letteratura da se stessa, come ormai avevano insegnato gli americani. La verità è che all’inizio degli anni cinquanta Fenoglio faceva, con naturalezza, il tipo di letteratura che, trent’anni dopo sarebbe diventata la nuova letteratura italiana. Era maledettamente avanti. Ma, come i veri profeti, era anche sontuosamente antico, con quella sua lingua dura, arcaica, petrosa, velatamente dialettale. Faceva cinema, ma un cinema nebbioso, contadino, e scettico. Raccontava rapido, inquadrava da dio, scriveva dialoghi degni di un Hemingway, ma il tutto con una grammatica spigolosa, una voce arcaica, e una musica da balera autunnale e lontana. Era il futuro e il passato, simultaneamente, era città e campagna, alba e tramonto: una cosa che riesce a pochissimi.
Nella Paga del sabato raccontò la storia di uno di quelli che, giovanissimi, erano tornati dalla Resistenza, e nella vita normale non si erano trovati più. Disadattati.

(Immagino che non fossero così contenti, ai tempi, di farsi raccontare storie del genere). Oggi, a bocce ferme, è più facile riconoscere quel che di eterno, lì, Fenoglio raccontava: la frizione fatale tra l’infinito dell’immaginazione – della voglia, della speranza, della giovinezza, della fame – e la sterilità del mondo reale. Mi è molto chiaro che lui poteva farlo con quell’esattezza e quella poesia perché era piemontese. Vi farà sorridere, perché la piemontesità è un mito non pervenuto, ma noi che siamo nati lì sappiamo come a quella terra e alla sua gente è stata data in dote una conoscenza inusuale di cosa sia il dolore: giacché da nessuna altra parte, in Italia, si eredita di padre in figlio la stessa miscela di timidezza e ribellione, di coraggio e modestia. Il mix è micidiale: siamo goffi al cospetto della felicità, e dignitosi nelle avversità: così manchiamo lo spettacolo della vita, spesso, ma ne rispettiamo la dignità come pochi altri. Ciò fa di noi gente sfumata, spesso destinata ai titoli di coda. Se da tutto questo traiamo un privilegio, questo è probabilmente un certo sguardo d’acciaio e dolcissimo sul dolore, una specie di confidenza. Fenoglio è quello sguardo, lo è in ogni singola riga, e lo è con una precisione e una maestria che io non riconosco a nessun altro.

(Be’ siamo anche meravigliosamente arroganti, con misura, e assurdamente severi, con arte. Ettore, si chiama il protagonista della Paga del sabato. Verso la fine lo abbaglia una speranza, una specie di sogno provinciale ma luminoso, vede un distributore, lungo la strada, in mezzo alla campagna, una pompa di benzina, nulla di più. Ma lucida, brillante. Allora si ferma, la guarda, fa due conti, vede un futuro. Lui e la sua pompa di benzina. Un sogno. C’è un amico con lui, e anche lui si scalda, all’idea, e allora va lungo con l’immaginazione, e dice come sarebbe bello mettere su anche una tavola calda, accanto al distributore, come quelli che si vedono nei film americani, il distributore e la tavola calda. Non sarebbe fantastico?, dice.

La risposta di Ettore è lunga mezza riga. La mia terra è tutta lì.

“No. Niente puzza di fritto nel mio distributore“.)


 Da: La Repubblica, Alessandro Baricco: Una certa idea del mondo - 4 novembre 2012

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