IL piacere di leggere

sono libri, leggici dentro fin che puoi (Cesare Pavese)

L’associazione “Le vie di San Michele”, a settembre 2015, ha organizzato  il  Convegno Internazionale "LE VIE MICAELICHE: UNA RISORSA PER I BENI CULTURALI". Da San Chirico Raparo e  Sant’Angelo le Fratte (paesi della Basilicata), a Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino), per finire a Orsara di Puglia, un ciclo di conferenze hanno celebrato il culto dell’Arcangelo. Il Santo è stato promosso nella rete del Réseau européen des sites et des Chemins de Saint Michel, organismo con sede a Parigi che promuove gli itinerari micaelici in tutta Europa e, in particolare, in Francia, Italia, Spagna e Inghilterra. Il Réseau è riconosciuto dal Consiglio d’Europa ed è affidato all’Istituto Europeo degli itinerari culturali.  Il progetto dell’Associazione ha l’obiettivo di valorizzare, grazie al filo rosso tracciato dal culto micaelico, l’Europa delle città, dei borghi e dei sentieri.

La relazione riportata di seguito, ‘VIE MICAELICHE E PERCORSI IN ITALIA’, presentata dal Preside in quiescenza Alessandro Forlè,  contribuisce all’individuazione di percorsi utili a quanti potrebbero visitare i Luoghi Santi e di interesse culturale, storico, artistico e naturalistico delle regioni meridionali, sia per ampliare il proprio orizzonte conoscitivo, sia per esigenze di carattere spirituale. Oltre che valorizzare le vie micaeliche come risorsa per i beni culturali.


ASSOCIAZIONE “LE VIE MICAELICHE”
RESEAU EUROPÈEN DES SITES ET DES CHEMINS DE SAINT MICHEL.
Incontro del 29 settembre 2015 a Sant’Angelo dei Lombardi, presso l’Abbazia del Goleto, sul tema: “Vie Micaeliche e percorsi in Italia”.

Relazione sulle Vie Micaeliche interessanti le aree settentrionali della Campania e della Puglia.

A volte, quando ci si accinge a trattare il tema dei pellegrinaggi nel Sud Italia, si presentano incertezze riguardo alle vie che venivano seguite oltre Roma, comprese le vie micaeliche. Diversamente, il tracciato della “Via Francigena”, da Canterbury, per Dover, Mont Saint Michel, la Sacra di San Michele in val di Susa, a Roma, è ampiamente documentato, compresi i diverticoli che portavano ai Santuari ubicati nei pressi del percorso, così come le arterie provenienti dalle varie regioni dell’Europa Occidentale e Orientale, le quali ultime, attraverso la Via Postumia, la via dell’Adige, confluenti nella Flaminia, portavano, di pari, a Roma.

L’impegno dell’Associazione si pone, pertanto, l’obiettivo di contribuire all’individuazione di percorsi utili a quanti potrebbero visitare i Luoghi Santi e di interesse culturale, storico, artistico e naturalistico delle regioni meridionali, sia per ampliare il proprio orizzonte conoscitivo e rispondere al desiderio di stabilire nuovi o diversi rapporti sociali, sia per esigenze di carattere spirituale.
Tale tipo di viaggio, che si svolga a piedi, a cavallo o in bicicletta, differisce alquanto dal concetto di turismo generalmente inteso come puro svago, emulazione, ricerca del piacere e del comfort sedentario.
Si può fare riferimento a una “propensione”, riconoscibile in tutti i ceti sociali e in tutte le fasce d’età, propria dell’attuale momento storico, in cui si cerca di utilizzare gli spazi di libertà per sottrarsi a forme spersonalizzanti di convivenze, spesso foriere di conflittualità, proprie della società industriale, del contesto urbano e della comunicazione di massa.
Si tratta, quindi, di fornire un supporto alla ricerca di luoghi e percorsi la cui esperienza possa consentire, attraverso la riscoperta di una dimensione storica, naturalistica ed estetica, nonché attraverso l’evasione dallo spazio abituale di vita, un arricchimento spirituale non disgiunto da una più chiara percezione della propria individualità.
A tal fine, credo che si renda utile fornire, qui di seguito, una, sia pur succinta, conoscenza della viabilità antica relativa alle regioni a Sud del Lazio , che possa costituire uno spunto per necessari, ulteriori approfondimenti, limitando l’area di ricerca ad alcune vie comprese nelle zone settentrionali della Campania e della Puglia.
Da Roma, per raggiungere l’Abbazia di Montecassino, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, la Basilica di San Nicola a Bari, i varî Santuari del Meridione d’Italia e i porti d’imbarco per la Terra Santa, erano seguiti i tracciati della via Casilina, dell’Appia e della Tiburtina, che, all’altezza dell’Antrodoco, incrociava il percorso della via Erculia, la quale, tagliando l’Appennino lungo la dorsale, conduceva a Policoro: l’antica Haerculanum.
L’Appia, da Capua, dove vi confluiva la Casilina, arrivava a Benevento, che può essere considerato come il principale snodo viario del Sud Italia, proseguiva, quindi, per Eclano, Taverne di Guardia dei Lombardi,Venosa, Gravina e Taranto, alla volta di Brindisi: porto d’imbarco per l’Oriente.
 
Il decumano di Altilia sulla erculiaLa via Egnazia che, diramandosi dall’Appia ad Eclano, seguiva, fino a Ordona, il vecchio tracciato della Via Herdonitana, raggiungeva la città eponima e, quindi, Brindisi, transitando per Ascoli S., Ordona, Canosa, Barletta: luogo di confluenza nella via costiera, e Bari.
La Traiana, passando per Aequuum Tuticum (attuale Sant’Eleuterio), nei pressi di Ariano Irpino, ove incrociava la Erculia, la Mutatio Aquilonis (nei pressi di Celle San Vito), Troia, Canosa, Ruvo di P., Bitonto e Bari, giungeva, di pari, ad Egnazia, luogo di partenza delle rotte adriatiche per Durazzo ed Apollonia.
I due rami della Egnazia si riunivano a metà della strada che congiungeva i due porti, e la via proseguiva per Edessa, Salonicco e Bisanzio, ove aveva origine la via transanatolica che portava alla Terra Santa e a Gerusalemme.
Dato questo sommario quadro d’insieme, credo, come già detto, sia utile restringere ulteriormente il campo di indagine alle vie meno conosciute, come: la Egnazia, il percorso appenninico dell’Appia e la Haerculia, nel tratto compreso tra Aequum Tuticum e Castel Lagopesole.
Particolare importanza rivestivano, per i pellegrinaggi, le due vie che, da Troia: punto di convergenza degli assi viarî provenienti dalla Campania, dagli Abruzzi e dal sud della Puglia, portavano, per Siponto e per la Valle di Carbonara, al Gargano, ricongiungendosi a Monte Sant’Angelo.
Trattandosi di arterie viarie che affondano le loro origini nella preistoria e che sono state usate, anche nell’antichità, come vie di collegamento tra i vari luoghi di culto, oltre che come vie commerciali, militari e di transumanza, ritengo non inutile farvi cenno nei loro tratti transappenninici, compresi tra l’Appia e la Egnazia.
Non credo sia necessario, di contro, trattare il percorso della Via Traiana, con le sue diramazioni, che ormai ha acquisito la denominazione di “Via Francigena del Sud”, in quanto già abbastanza indagata e riconosciuta come via di pellegrinaggi, non tanto in base a riscontri storici, quanto a ricostruzioni topografiche, e già abbastanza battuta da pellegrini e viandanti
Le attuali vie di comunicazione nel territorio compreso fra le valli dell’Ufita e del Cervaro, a nord, e le valli del Sele e dell’Ofanto, a sud, ricalcano, in gran parte, preesistenti vie romane o risalenti ad epoche antecedenti, come è possibile rilevare da fonti storiche, da osservazioni sul terreno e, soprattutto, da tradizioni, memorie e consuetudini ancora praticate.
La più antica di cui si ha notizia è quella che tuttora attraversa i territori che furono abitati dal popolo Halstattiano, di origine celtica, la cui cultura era, tra l’altro, caratterizzata dalle sepolture in fosse terragne : “Fossakultur”, diffusa tra i popoli dell’Europa cento-orientale.
La via mulattiera che attraversava il territorio di queste popolazioni collegava il tempio di Era Argiva di Paestum, costruito dagli Argonauti sulla foce del Sele, attraverso l’agro nocerino, con il tempio di Era Argiva di Siponto: da quella che sarà la Madonna del Melograno a Santa Maria Maggiore di Siponto.
Superata quella che in epoca storica veniva chiamata “Silva Mala”, giungeva, passando per Parolise, Montemarano e Nusco, ad Atripalda, da dove proseguiva per l’attuale Sant’Angelo dei Lombardi.
 
“Gli scambi tra l’area campana e quella adriatica sarebbero stati frequenti lungo la direttrice Ofanto-Sele, mentre un altro antichissimo percorso congiungeva Capua con l’area di primo sviluppo della civiltà villanoviana” (1).
A Sant’Angelo si congiungeva al tratturo attualmente denominato “Scannacapre”, che proveniva, dopo essere passato per Lioni e il Goleto, da quelli che, dopo la colonizzazione fatta dai Romani, con popolazione picena, saranno chiamati “Monti Picentini”.
I tratturi proseguivano, con l’attuale nome di “Tratturo Vecchio di Guardia”, per le Taverne di Guardia dei Lombardi e, attraversato l’altopiano del Formicoso, per Bisaccia (Romulea) e Lacedonia (Aquilonia).
Da Lacedonia, dopo aver attraversato l’agro di Rocchetta per le contrade “Piano Ulino” e “Guardiola” e il tenimento di Candela per la “Fontana di Pirro” e “Piano Morto”, giungeva ad Ascoli Satriano e proseguiva per Arpi per poi giungere a Siponto.
Attualmente il tratturo è ancora percorribile e viene puntualmente utilizzato dalle mandrie che, dai Monti Picentini: da Volturara Irpina, da Montella, da Lioni e Torella dei Lombardi, si spostano, per le transumanze stagionali, nei pascoli del Subappennino Dauno, nei residui boschi ripari del Tavoliere (compreso, fino a qualche decennio fa, il bosco dell’Incoronata) e nella zona del Basso Melfese, di Lavello e di Venosa.
Sul tracciato di queste antiche vie venne, dopo le guerre sannitiche, costruito il tratto della Via Appia che collega Benevento a Lacedonia: l’antica Aquilonia.

Ponte dell'Appia sul torrente ArcidiaconataIn particolare, da Benevento, attraversato il “Ponte Rotto” sul fiume Calore, la via raggiungeva la Mansio di Eclanum, distante XV miglia, da dove, seguendo il discrimine tra la valle dell’Ufita e la valle dell’ Ansanto, passava per Gesualdo e raggiungeva le Taverne di Guardia dei Lombardi.
Dalle Taverne di Guardia seguiva il tracciato del Tratturo Nocerino, il quale ultimo, come già detto, nel tratto del Formicoso, ove si trovava la “Statio sub Romulea”, prende il nome di “Tratturo Vecchio di Guardia”, per raggiungere Romulea, (Bisaccia).
A circa metà del percorso, prima che la strada scollini, si distacca un diverticolo che scende nella Valle dell’Osento. Nei pressi delle sorgenti dette “Capi dell’acqua”, sul luogo ove vi era una Mutatio romana, sorge, non ancora diroccato, un vecchi mulino ad acqua con annessa taverna.
Il diverticolo, di notevole importanza nel Medioevo, in corrispondenza della confluenza del Torrente “San Vito”, si biforca: un sentiero prende per Monteverde e l’altro prosegue sino all’Ofanto, che attraversa, al romano “Ponte dell’Olio”, per proseguire verso Pescopagano e il Santuario della Madonna di Pierno.
Fu questa, per Monteverde, la via seguita, nei primi di luglio del 1137, dall’Abate Rinaldo di Monte Cassino e dal suo seguito, allorché, dopo aver parteggiato per l’Antipapa Anacleto e per il Re Ruggiero il Normanno, si recò a Lagopesole per riconciliarsi con Innocenzo II e con l’Imperatore Lotario III che ivi erano attendati con i rispettivi eserciti, così come narra Pietro Diacono nella sua Historia Cenobii Cassinensis.
Partiti da Cassino fecero tappa a Teano, quindi a Capua, a Benevento e a Gesualdo.

Giunti a Guardia dei Lombardi ebbero ospitalità in un convento di frati, ma una delle monache che, secondo l’usanza, si attardavano al convento maschile per i Vespri, prima di rientrare nel proprio, lo avvertì di un tradimento, per cui preferirono passare la notte al castello.
L’indomani ripresero il viaggio e, dopo tre ore di marcia (verosimilmente al passo per non stancare i cavalli), mentre erano nella vallata, che dista circa 25 Km. da Guardia, videro venir giù dalla montagna grossa mano di cavalieri, guidati da Gilberto di Balvano (provenivano, probabilmente da Rocchetta, feudo dei Balvano, fedeli a Rugiero), diedero di sprone, si sottrassero alla cattura e per Montem Viridem e (passato l’Ofanto) per Cisternam, primo ad civitatem Melphiam, deinde ad locum Pensilem advenerunt.
Che dal Medioevo sino a metà del secolo scorso sia stata la via preferita da chi dal Sannio e dall’Irpinia doveva recarsi nella Lucania: per commerci, transumanze o per pellegrinaggi: a San Michele al Vulture, a San Donato a Ripacandida, a S. Maria di Pierno, alla SS. Trinità di Venosa, all Madonna di Viggiano, al Carmine di Avigliano, al Santuario di San Michele a S. Angelo le Fratte, a Sant’Arcangelo in Val d’Agri ecc., viene attestato da diverse fonti.
Così come lo era il percorso inverso per i pellegrini che si recavano a Monte Vergine, all’Abbazia del Goleto, nei vari Santuari Micaelici: a Chiusano, Monteverde, Serino, Senerchia, a Benevento: per Santa Sofia e S. Michele e ad altri luoghi, molti dei quali già ritenuti sacri dalle Religioni Pagane.
Non credo sia superfluo, riguardo a tale itinerario, citare il diario di viaggio che Edward Lear fece, nel 1847, con Lord John Proby da Napoli a Melfi, per far ritorno alla Capitale stessa dopo aver visitato la Basilicata.
Giunti a Lacedonia, data licenza al mulattiere che li aveva accompagnati da Grottaminarda e ingaggiato uno del posto, si avviarono per la strada di Melfi; camminarono prima lungo le rive di un ruscello serpeggiante (l’Osento n. d. r.), per salire, poi, a Monteverde, guadare l’Ofanto e seguire la via per Melfi.
Tornando al percorso principale, l’Appia, da cui si era distaccato il predetto diverticolo, transitava per Lacedonia e per il bivio di Monteverde, da dove, abbandonato il tracciato del Nocerino, proseguiva, attraverso le contrade Macchialupo e Luca (lucus: bosco), per la “Statio ad Pontem Aufidi”.
Sul luogo della predetta statio sorse, in epoca alto-medievale, il “Casale di Santo Stefano”, ubicato nei pressi dell’attuale Ponte Romano detto di Santa Venere sull'Ofanto, distante IX miglia da Lacedonia, su cui confluiva anche la via Erculia, che metteva in comunicazione gli Abruzzi con la Lucania .
Anche da Melfi è possibile raggiungere Monticchio ove sorgono, oltre all’Abbazia, annessa al Santuario micaelico, perfettamente conservato, anche le superbe rovine del Convento di Sant'Ippolito.
Riferisce Pratilli, dopo aver valutato l’ipotesi che l’Appia passasse per il Ponte dell’Olio o per il Ponte di Santa Venere: “Più probabile è la seconda ipotesi, e per qualche vestigia affiorante dopo Lacedonia (contr. Luca; fontana La Chianca) e perché sicuramente il percorso era meno accidentato (nella zona chiamasi la via vecchia silicata)”. Il percorso stesso, per circa sei Km., si è conservato pressoché intatto sino all'estate del 2010.
 
Ancora adesso, per circa un Km., il tratto della Via Appia, chiamata un tempo dai locali, come dice Pratilli, “via silicata” è, in agro di Lacedonia, intatta, così come, probabilmente, venne costruita dai Romani e sarebbe quanto mai opportuno farla oggetto di tutela. (2)
Da Baia partiva un’altra via importante, chiamata, successivamente “Tratturo Neapolitano”, che, dopo essersi raccordato ad una bretella proveniente da Napoli, giungeva, passando per Acerra e Montesarchio, a Benevento.
Da Benevento si dipartiva ancora una mulattiera che, transitando, con percorso alpestre, per Casalbore, la “Mutatio Aquilonis” e Troia, portava a Lucera, utilizzata durante le guerre sannitiche e puniche soprattutto per scopi militari e, nel Medioevo, da pellegrini che, da Roma, si recavano, durante la bella stagione (d’inverno si utilizzavano le vie carrabili), a Monte Sant’Angelo e ai porti pugliesi di imbarco per la Terra Santa.
Il “Tratturo Neapolitano” da Benevento proseguiva per Eclano e, dopo essere passato nelle vicinanze di Carife e superato lo spartiacque appenninico presso la città di Contra, proseguiva, scendendo a mezza costa, lungo la valle del Calaggio, che oltrepassava ai ponti esistenti al Valico di Candela, fino ad Ascoli Satriano, dove si ricongiungeva al “Tratturo Nocerino”.
Il Dott. Pasquale Rosario, autore dell’opera storica “Dall’Ofanto al Carapelle”, riporta un’annotazione del Canonico Don Giovanbattista Colavita, Primicerio della Cattedrale, da Egli rinvenuta nell’archivio della Diocesi di Ascoli Satriano, che recita: “ In vero Ascoli fu posto alla radice degli Appennini, non lontano dalla diruta Ordona”. “Dalla antichità era situato sulla via che da Napoli conduce a Bari, nel luogo che dal volgo è, presso di noi, detto S. Pietro al Piano e di là estendeva la sua ampiezza su tre monti contigui, per cui era chiamato anche Trimonte”. “Della qual cosa ci forniscono testimonianza i molti ed antichi monumenti anche preziosi che, tra i ruderi, sono
stati trovati, ed ancora vengono trovati” (3).

Rifugio lungo la Via AppiaLa via, quindi, proseguiva per Ordona e, superato l’Ofanto nei pressi di Canosa, giungeva a Bari, da dove è probabile che proseguisse alla volta di Netium, Celia ed Egnatia, per aver termine al Capo di Santa Maria di Leuca.
Dopo Ordona , lungo la Via Appula, proveniente da Lavello, importante tappa, per i pellegrini che si recavano alla “Icona Vetere” a Foggia, era il Santuario dell’Incoronata, tutt’oggi il più frequentato santuario, con la Madonna di Ripalta a Cerignola, del Sud Tavoliere delle Puglie.
A Foggia, nei pressi della Chiesa del “Calvario”, cui era particolarmente devoto il mondo pastorale, dichiarata monumento nazionale, convergevano, oltre al predetto tratturo, anche i due provenienti dagli Abruzzi e la via di Troia, che proseguiva per il Santuario di San Leonardo, appartenente ai Cavalieri Teutonici, per Santa Maria di Siponto e per Monte Sant’Angelo.
Da Eclano partiva la “Via Aegnatia”, già detta “Herdonitana”, che seguiva, grosso modo, il tracciato del già citato Tratturo Neapolitano fino ad Egnatia e Brindisi e che fu, molto probabilmente, il percorso seguito e descritto, nel suo viaggio da Roma a Brindisi, da Orazio, il quale transitò per il valico appenninico di Trevico, nei pressi dell’odierno casello autostradale di Vallata, accorciando, così, di un giorno il tempo di viaggio.
Anche Strabone, che scrive pure durante il periodo augusteo, dice: “La rotta più diretta per quelli che salpano dalla Grecia e dall’Asia è quella che porta a Brindisi ed è qui, appunto, che approdano tutti quelli che devono andare a Roma”.   “Ci sono due vie (la via Aegnatia e la Via Appia n.d.r.) che partono da Brindisi: la prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi, chiamati Pedicli, e poi attraverso il territorio dei Dauni e dei Sanniti, fino a raggiungere Benevento”. “Su questa via c’è la città di Egnatia e poi c’è Celia, Netium, Canusium ed Herdonia”. “L’altra via, che passa per Taranto, volge un po’ verso sinistra, allungando l’itinerario di circa un giorno”.“E’ chiamata Via Appia ed è maggiormente praticabile per i carri, su di essa ci sono le città di Uria e Venosa: la prima tra Taranto e Brindisi, l’altra sul confine fra il territorio dei Sanniti e quello dei Lucani”. “Tutte e due le vie, dopo essere partite da Brindisi, si ricongiungono presso Benevento e la Campania”. “La via che conduce da qui fino a Roma si chiama Appia e passa per Caudium, Calatia, Capua e Casilinum, fino a Sinuessa.”
Che la Aegnatia, anche se non lastricata o, a seconda dei tratti, selciata, come l’Appia, potesse costituire un percorso alternativo, lo ripete Galeno, vissuto nel periodo traianeo, in quanto passava per luoghi più abitati, meno infestati dalle fiere, ed era più piana ed agiata. Della stessa opinione è Teodoro Mommsen.

Resti del convento-caserma dei Templari a Sant'Agata di PugliaLungo la Haegnatia, in un luogo strategicamente importante, in agro di Sant’Agata di Puglia, ai piedi della “Serra d’Armi”, a poca distanza dal ponte romano di Palino (Pons Honoratianum), sorgono i resti imponenti, costruiti su preesistente mansio romana, del Convento di Sant’Antuono, appartenuto ai Benedettini, prima, ed ai Templari e ai Cavalieri Spitalieri, poi, i quali assolvevano oltre i compiti di sorveglianza, di manutenzione degli assi stradali e di assistenza ai pellegrini e ai viandanti, anche il compito di ospitare, grazie alle enormi camerate, organizzate in campate, e alla grande stalla, i reparti militari che si recavano in Terra Santa.
Vi era anche una taverna ed una dogana delle greggi e degli armenti che, come testimonia il canonico Agnelli nella sua storia di Sant’Agata, funzionò sino alla fine del XVIII secolo.
Fu proprio grazie all’azione svolta dagli Ordini Monastico-Militari, che provvidero al ripristino della viabilità, all’organizzazione di una rete di ospedali e di ospizi per i pellegrini, alla vigilanza, alla razionalizzazione della produzione agraria e zootecnica nei feudi di loro pertinenza e, soprattutto, a quella che potremmo definire una vera e propria organizzazione bancaria estesa in tutta Europa e in Terra Santa, che si ebbe, dopo gli anni oscuri dell’Alto Medioevo, la c. d. “Rinascita dopo il Mille”.
Nelle commende della Daunia erano presenti i Cavalieri Teutonici a Torre Alemanna, a Tressanti, a Siponto, a Santa Maria dei Teutoni (in agro di Accadia), nonché lungo le vie dei pellegrini che conducevano ai Santuari del Gargano ed ai porti i di imbarco dei Crociati per la Terra Santa.
Degni di nota erano l’ostello e l’ospedale gestiti dai predetti ordini monastici a Troia, come, sulla via per Monte Sant’Angelo, quelli appartenenti ai conventi di Stignano, di San Matteo e di Sant’Egidio, nella Valle di Carbonara, lungo la Via Sacra Langobardorum e, non da meno, lo era la parte della struttura tutt’ora esistente dell’ospedale teutonico di Molfetta.
Parlare, comunque, dei citati luoghi sacri, degli ospizi e degli ospedali ubicati lungo le vie utilizzate anche dai pellegrini, delle città e dei borghi attraversati, dei castelli, porti e fortezze, ricostruire le storie dei santi e delle varie popolazioni interessate, non può costituire, per motivi di spazio e di tempo, oggetto della presente relazione: necessariamente sintetica, la quale potrebbe solo porsi come spunto per ricerche di carattere analitico intese all’attualizzazione del passato e alla storicizzazione del presente.

IL RELATORE
Alessandro Forlè



Note.

1 Gianni Custodero, antichi popoli del sud, Capone Editore, Manduria, 2000, pag. 24.

2 Purtroppo, la scorsa settimana, anche quest’ultimo lembo dell’Appia è stato divelto per costruire una strada di servizio per gli impianti di produzione eolica e di trasformazione elettrica.

3 “Positum vero est Asculum ad Appennini radices, non longe ab antiqua diruta Herdonea.    At antiquitus situm erat inter viam, quae Neapolim, Bariumque ducit, in loco qui vulgo dicitur apud nos S. Pietro il Piano, indeque supra tres contiguos montes unde audiebat etiam Trimonte, suam magnitudinem, amplitudinemque extendebat. Hujus rei testimonium praebent quamplurima antiqua monumenta etiam pretiosa, quae, inter rudera, ibi reperta sunt, ed adhuc reperiuntur”. Rosario Pasquale, Dall’Ofanto al Carapelle, Ed. Michele Popolo, Ascoli Satriano, pag. 107.

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